People. Madrid 2008

Immagine 2Ho visto un cappello! Schiacciato da testa d’uomo. Immobile nel rumore turistico della piazza, nell’odore anestetico della birra. Dormiva… no, s’era annoiato del mondo.

I saw a hat! Crushed by man’s head. He was still in the square, surrounded by noise of tourists and anesthetic smell of beer. He slept … no, he had bored by the world.

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People. Madrid 2008

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Lo fece uscire con una largas che piegò il toro sulle zampe, arrestandolo a mezza via in ginocchio verso tribune che sacramentarono con un rumore simile alle preghiere.Ora, il viso del matador pendeva un po’ a lato verso la spalla. Il corpo arcuato protendeva all’animale ogni possibile bersaglio.
Il matador mise la muleta sulla spada così vicino a me che udii la stoffa scivolare sulla lama e sospiri orgasmici di giovani donne vestite arancio, di pelle bianca.

Il Cuciniere. A proposito della Spagna

ImpastoCi sono cose che accomunano le cucine del Mediterraneo. Sono cucine mischiate, illegittime, cucine regionali frutto della relazione culturale tra fame, risorse e fantasia.
La cucina spagnola non esiste! – diceva Manuel Vasquez Montalban, indicando le autonomie gridate di un popolo che si sente di lingua uguale, ma di storia diversa. Qualche turista frettoloso direbbe che la cucina spagnola è paella, tortilla di patate, prosciutto serrano convinto d’avere assaggiato quantomeno l’idea platonica del cibo spagnolo, ma cibo e poesia in questa nazione vanno di pari passo e molti degli scrittori di cucina erano anche poeti e molti poeti sono stati influenti gastronomi creando così una sinergia unita ad una visione edonistica che ha portato nelle ricette e negli stessi gesti del cucinare quella cura e quella delicatezza propria del raccontatore.
Dal nord cantabrico con la semplicità galiziana, mai modificata dal cuoco, alla sofisticata basca con gli umidi di baccalà. Lungo le falde dei Pirenei con l’ esperimentazioni navarrine e aragonesi golose della caccia e delle dense minestre d’inverno. Cercando l’agrodolce medievale della Catalogna alla maniera di alcuni piatti toscani, fino a spingersi ad un barocco tanto carico da esaltarsi nelle composte di baccalà. E poi Valencia corretta da spezie di memoria araba aggiunte nel brodo di pesci di roccia che poi dimentichi nell’andaluso gazpacho estivo immaginoso di un popolo povero, con la menta ed il cumino ad aiutare il palato prima dell’agnello cotto in miele di rosmarino.
Soprendendovi andate, se potete, di regione in regione a girovagare sulle tavole, sulle strade, nei posti spersi non globalizzando il gusto, ma esperimentando le culture e dimenticandovi per un po’ della paella, della tortilla di patate e del prosciutto serrano.