
Pretendeva d’essere guardata. Così si sedette all’imbocco di un ponte sospeso nel disordine dei suoi capelli.

Pretendeva d’essere guardata. Così si sedette all’imbocco di un ponte sospeso nel disordine dei suoi capelli.
Qualche passo nella città vuota di una donna a mezz’asta. Non me ne accorsi quasi quando mi passò vicino portandosi in silenzio la sconfitta. La guardai meglio, era l’Europa indifferente, era il perbenismo devastante, era la schiena girata del consumismo.
Una sentenza definitiva a tutte le mani, le bocche, gli occhi che alle frontiere gridavano, gridano “Fateci entrare…fateci entrare!”.
Il ferro e la carne fusi nel giorno, mostrati e nudi. Scordate le vergogne, le miserabili inibizioni del perbenismo. Quanta diversa bellezza in quel bulimico pomeriggio, su quei barbuti improgionati, celati… lì liberati e consapevoli.
Non più donne, non più uomini, solo esseri. L’umanità era cresciuta, pensai.
Non visto vidi un capo bianco, il più grande deserto di solitudine del creato che non parlava, non rideva, non piangeva, ma reclino sulle ginocchia era stato battuto in sconfitta da ogni cosa. Non visto vidi il sole ritornare, nonostante la notte stesse violando senza scampo il cielo e, solo su lui, tagli di luce boccacceschi come orpelli lo resero inutilmente vivo. Provai a fare del mio meglio cercando nel descriverlo di rifarlo, di ritoccare impercettibilmente ancora anche i ritocchi, di correggere un’opera della mia memoria perché così, diceva Yeats, “… ho cercato di correggere me stesso”.
Ho visto un cappello! Schiacciato da testa d’uomo. Immobile nel rumore turistico della piazza, nell’odore anestetico della birra. Dormiva… no, s’era annoiato del mondo.
I saw a hat! Crushed by man’s head. He was still in the square, surrounded by noise of tourists and anesthetic smell of beer. He slept … no, he had bored by the world.
Lo fece uscire con una largas che piegò il toro sulle zampe, arrestandolo a mezza via in ginocchio verso tribune che sacramentarono con un rumore simile alle preghiere.Ora, il viso del matador pendeva un po’ a lato verso la spalla. Il corpo arcuato protendeva all’animale ogni possibile bersaglio.
Il matador mise la muleta sulla spada così vicino a me che udii la stoffa scivolare sulla lama e sospiri orgasmici di giovani donne vestite arancio, di pelle bianca.
Il pugilatore attende. Tra barriere di mani e corde sotto luce, la folla grida il suo nome. Essere guerriero miceneo pronto per onorare i caduti in battaglia, Onomasto da Smirne alla prima Olimpiade, spartano ai giochi prima delle Termopili, nulla è cambiato. Solo il pugilatore nasce, solo combatte, solo trionfa, solo perisce. Ha con sé l’onore e questo agli dei è gradito.
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